Articolo dell’Ambasciatore pubblicato sul quotidiano La Stampa - Nasz Swiat
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So, grudzień

Włochy

Doniamoci l'Europa. Questo è il titolo dell'articolo dell'ambasciatore di Polonia in Italia Tomasz Orłowski che lunedì' 8 febbraio è stato pubblicato sul quotidiano La Stampa con un titolo redazionale “Doppio attacco all'Europa”.


I trattati di Roma definiscono lo scopo finale dell’integrazione europea come avvicinamento a un’unione sempre più stretta. Da quando l’UE è stata travolta dalla crisi sembra che questo obiettivo si stia allontanando. Gli stati membri perdono la fiducia nei loro partner, i cittadini perdono la fiducia nell’Europa. Prevale un atteggiamento di chiusura, si moltiplicano rimostranze e accuse reciproche, dilaga un sentimento d’ingiustizia. Gli italiani si lamentano per la mancanza di aiuto nella gestione dei migranti, i polacchi reclamano una politica ferma verso la Russia, i francesi temono la crescente insicurezza segno di incapacità d’integrazione degli stranieri, gli ungheresi protestano contro l’uso di doppi standard, i greci si sentono vittime della trappola euro.



Si da la colpa all’Europa, perché è un’attenuante usata da sempre. Ci sono invece nuovi fattori preoccupanti. Primo, le critiche verso l’Europa rafforzano i populismi in tutti i paesi europei; secondo, i nostri concittadini perdono la speranza di ricevere dall’Europa le risposte ai loro problemi. I populismi si percepiscono negli altri – avversari, vicini, concorrenti – e mai in noi stessi. Perché vediamo la pagliuzza nell'occhio dell’altro e non ci accorgiamo della trave nel nostro. Si accusa il mio paese di cercare in Europa solo introiti. Ma dietro al buon utilizzo di fondi strutturali si nasconde un duro lavoro che richiede serietà, sforzo e inventiva.

La deriva populista non è propria dell’autoritarismo, trova senso solo nel sistema democratico - spiega Paolo Pombeni. Così come la moneta cattiva scaccia quella buona e i tabloid contagiano la stampa di qualità, il populismo – trionfo delle demagogie – “è passeggero, ma lascia spesso rovine per l’eternità” (Charles Péguy). I populismi trovano nutrimento nella nostra incapacità di far credere nell’Europa. L’Unione si trova di fronte a un vero rischio esistenziale, il suo modello economico sembra mal adattarsi alle sfide della globalizzazione.

Jean Monnet diceva che “gli uomini accettano il cambiamento solo nella necessità e vedono la necessità solo nella crisi”. Oggi siamo davanti a tale necessità. La costruzione europea ha vissuto diverse crisi laceranti, ognuna superata grazie allo sforzo di capire l’altro e di trovare un compromesso per portare avanti l’integrazione. Il discorso di oltraggio e di divisione è quello meno adatto. L’Europa non è proprietà di nessuno. Appartiene a noi tutti, anche se abbiamo visioni diverse della forma da dare all’unione sempre più stretta. Per superare la crisi dobbiamo portare avanti l’Europa dove possibile insieme e non chiuderci nelle frontiere nazionali o accettare diverse velocità come principio.

Il nostro ingresso nell’UE non è stato un regalo che non abbiamo saputo apprezzare per essere poi giudicati immorali. “Dobbiamo fare l’Europa non solo nell’interesse dei popoli liberi, ma anche per potervi accogliere i popoli dell’Est che, liberati dai vincoli che hanno finora sofferto, ci chiederanno la loro adesione e il nostro sostegno morale” diceva Robert Schuman. L’allargamento è il cuore del progetto europeo, perché serve a cambiare la natura dei rapporti fra gli stati diminuendo l’inflessibilità della geopolitica e superando le ostilità ereditarie. Il trasferimento di fondi per lo sviluppo strutturale ne è parte e non per questioni di generosità, ma di disegno politico. Come lo fu il piano Marshall per i paesi dell’Europa occidentale, di cui L’Italia fu uno dei principali beneficiari. Il piano ha fatto crescere del 6% il suo PIL e scendere al 4% la disoccupazione. Quella visione politica robusta e generosa ha favorito un formidabile sviluppo contribuendo al consolidamento democratico e alla pace sociale.

L’Europa centrale, invece, ha conosciuto decenni di regime di oppressione, degrado economico, violazione dei diritti umani. Questa “Europa rapita” (Milan Kundera), impoverita ma resistente, ha pagato il ritorno in Europa con il proprio sangue, versato sulle strade di Budapest, Praga, Danzica. L’Europa non ci è stata regalata, ce la siamo guadagnati. Il nostro ingresso ha completato l’allargamento a sud che ha rafforzato la dimensione mediterranea e quello a nord proponendo il Mercato unico: processi che hanno fatto emergere nuovi problemi. Ora, nel 60° anniversario dei trattati di Roma, abbiamo tutti i 28 il dovere di perseguire l’obiettivo dell’unione sempre più stretta. Perché solo l’unione fa la forza e solo così ci possiamo donare l’Europa.

Fonte: Sito dell'Ambasciata della Repubblica di Polonia in Roma